venerdì 21 dicembre 2007

Forse il mio viaggio finisce

Non ci posso credere che non ho piu' posti di controllo dinanzi a me, l'euforia di questa libertà mi imprime nuova forza sui pedali. Il pantano continua a farla da padrone e sprofondo con tutte le scarpe mentre spingo la bici sugli ultimi passi himalayani. Ogni giuorno spendo ore e ore per cercare un posto asciutto dove piantare la tenda ma non c'è un centimetro che faccia al caso mio. La strada tagli il ripidissimo versante della montagna ed è l'unico pezzo di terra calpestabile. Fradicio e sporco da farmi schifo bivacco in posti assurdi sotto un'incessante pioggia che mi inzuppa le ossa. In una mattina finalmente di sole, seguendo per l'ennesima volta il corso del mekong, mi imbatto in un cartello per niente vistoso con scritto "Yunnan province". Ho varcato i confini del Tibet, sono di nuoco in Cina. La mia impresa, il mio sogno è stato esaudito, ho compiuto ciò in cui credevo, inspiegabilmente non esulto, non scoppio in urla di gioia e lacrime come por mesi mi ero immaginato. Dentro di mè la consapevolezza che l'avventura deve ancora terminare mi placa l'entusiasmo, i passi sono ancora alti e pieni di neve, la strada non migliorerà nelle prossime settimane, ho ancora mille chilometri e il mio famoso cerchione oramai ha i minuti contati. Convinto continuo verso sud. Salita e ancora salita, salgo nuovamente sopra le cime imbiancate e chiuse dentro la folle morsa dell'inverno. Ieri caldo ora si gela, faccio fatica a piantare i picchetti della tenda sul suolo ghiacciato, la notte anche nel mio riparo sono parecchi gradi sotto lo zero. Ancora mi trovo ad essere in spaventoso ritardo sulla tabella di marcia, la strada continua con stremanti sali e scendi. Pensavo di avere pedalato già nelle condizioni più assurde e su qualsiasi terreno, rimango sconcertato quando mi trovo davanti a centinaia di chilometrri di strada tutta fatta di ciottoli. Disumano, sarà l'unico modo per salvaguardare queste rotte dalla neve e dal gelo ma pedalarci sopra sa da presa ingiro. In salita si fa il doppio della fatica e in discesa si deve pedalare e nello stesso tempo controllare le vibrazioni che sembrano possano svitarti ogni bullone della bici. Spesso mi fermo e sono in equilibrio tra il mettermi a piangere e piegarmi dalle risate, quest'ultima ha però sempre vinto. Degli ottanta chilometri al giorno pianificati ne copro al massimo trenta. Ad un certo punto il ciottolato svanisce e appare l'asfalto. Nero nero, appena fatto, liscio e velocissimo. Mi sembra Natale e scorro via come un missile sul falsopiano che mi stà portando lentamente a valle. E chi riesce ad andare piano con una pista così invitante, la bici è ancora carica di cinquanta chili di atrezzature, io sfogio ottanta e passa chili di zavorra ed ho solamente il freno dietro. All'udire un tremendo scoppio non mi sorprendo, la cameradaria è esplosa per la temperatura che ha raggiunto il cerchione; un freno solo fà troppo attrito e la ruota diventa incandescente. Riparo il tutto e ritorno a pedalare stando attento a non commettere di nuovo lo stesso errore ma non è cosa facile. Nei tempi a seguire mi esploderanno decine di cameradarie, adiruttura anche due al giorno. Basta questo è troppo e voglio farla finita con quest'avventura, pedalo a marcie forzate spesso anche di notte per divorare strada e passi. Arrivo a Shangrilà, la prima città della Cina. Doccia calda e letto pulito, poi faccio l'incontro di alcuni viaggiatori e rivedere gente come mè mi ricarica le batterie. Il nome leggendario è una trovata pubblicitaria cinese che ,deviando la storia, sostiene che la mitica città perduta sia questa ma non vè dubbio che invece si trovi in una valle in Pakistan. Adesso riprendo per la mia strada da ora mai più sterrata, non carico troppo cibo perchè è pieno di villaggetti e dell'acqua me ne faccio beffa inquanto puri ruscelli scendono tuttintorno a me. Per semplice fortuna mi imbatto in un gruppo di turisti che mi anticipano le sorprese che mi aspettano: deliziose città cinesi, ospitali minoranze etniche e perfino qualche occasione di assaporare un pò di vita notturna. Mi danno eccezionali informazioni su come e dove posso andare. Seguo una strada che non c'è nemmeno sulle mappe e arrivo nella città di Lijiang in una notte neanche tanto fredda. Stò cercando una guest hause ben specifica e dalle buie stradine una sorridente ragazza mi prende per mano e ,senza proferir parola, mi conduce proprio in questo luogo, magia forse? ma quando si viaggia questo è quotidiano. Sono ospite dei naxi una minoranza etnica di queste regioni, è tardi ma mi rifocillano per bene e accanto a me c'è un vivace gruppo di viaggiatori. Mi unisco a loro e d'incanto mi ritovo a confrontare idee e a cantar di sogni, che bello dopo tanto tempo ritornare a mettere in parole tutte le riflessioni fatte fino ad allora. Rinasco. L'ospitalità di questa gente lascia sconcertati, l'anziana mamma della famiglia si preoccupa che mangi abbastanza tutti igiornie e alla sera mi entra in camera per rimboccarmi le coperte, ha tutto un gusto di casa. Riparto dopo pochi giorni per Dali, un'antica cittadella dalle alte mura, un pò turistica ma consapevole di un fascino amagliatore. E' la Cina dei film, coi maestri di kong fu che calciano l'aria alla luce del tramonto sopra gli immensi bastioni. No mi stancherei mai di passeggiare per gli antichi viottoli, sento un'energia d'armonia. Con stupore scopro di non essere l'unico e molti europei hanno scelto questo luogo per viverci. Mai avrei immaginato un posto così in Cina, nel paese dove tutto è proibito, dove la libertà è tuttoggi un'utopia, quest'oasi di serenità sembra fuori luogo. In India potrebbe esitere Dali, ma quì e incredibile. Manca poco a Kunming la mia meta finale, però la strada è tremendamente trafficata e non ho vie alternative all'autostrada. In tre giorno copro i chilometri che mi mancano e ancora per caso trovo subito la guest hause che cercavo. E' impossibile per me esultare ancora, devo ritornare ad Hong Kong e rimettere la bici su diversi aerei per tornare a casa. Voglio tornare per Natale e impiego giorni a trovare lo scatolone e farci stare la mia fedele bici. Aspettare il rientro è un'attesa che ha del romantico, ho fatto l'impossibile ma mi sembra niente paragonato alla gioia di vedre la mia famiglia e i miei amici tutti. E' senza dubbio la fase del viaggio che preferisco in assoluto, il ritorno è lo scopo del mio andare. Prendo un'aereo, poi un'altro, faccio uno scalo e la mattina di natale sono in Italia. Fa freddo ma quello bello col sole che splende, alla vista dei miei gentitori una reazione di autodifesa non ci fa incrociare gli sguardi pagnati dalle lacrime. Abbracci e via veloci verso casa. Seimila chilometri e mesi di totale isolamento, un'avventura inimmaginabile e dopo tutto questo non mi sembra mai di essere partito. In questo mondo che ho lasciato, il tempo ha scandito solo cinque mesi di lenta e sempre uguale vita, in questo stesso tempo per me ne ho vissute mille di vite. Scarico i bagagli nel cortile di casa mia, l'enorme pianta di cachi e carica ma senza foglie, è sempre stata un'immagine triste per me ma non ora, abbraccio mia nonna e corro nella mia stanza. Cado in ginocchio con le mani tra i capelli e urlo, urlo da far tremare gli specchi, adesso è fatta. Nulla più mi può capitare, ne neve ne ghiaccio ne la bici ora sono più miei problemi. Sono finalmente al sicuro. Poi rivedo gli amici più cari, coloro ai cuali ho pensato nei momenti di sconforto...Mi sembra di destarmi da un sogno per riviverne un'altro.
Oggi a distanza di settimane sono ancora pervaso dall'euforia per aver esaudito un sogno, sensazione ideale sulla quale piantare i semi per altre vite strordinarie che devono ancora essere vissute.

mercoledì 12 dicembre 2007

Come il cacciatore del bufalo purpureo

In questo fradicio villaggio non c'e' corrente elettrica e fa freddo, il pavimento della mia stanzetta senza finestre e' in terra battuta che per l'occasione e' cremoso paltano. Recupero due candele e prendo una decisione: per continuare il mio viaggio devo invertire i cerchioni mettendo quello ancora integro dietro cosi' da non distruggere totalmente quello rotto che forse riesco a salvare. Faccio decine di foto per ricordarmi come vanno montati i raggi e con pazienza li smonto uno ad uno. Il cerchione rotto lo piego con le mari, ha la consistenza di un hula hop e lungo la grossa crepa scaglie di alluminio si staccano. Sinceramente lo lancerei infondo la valle ma in qualche modo devo rimontarlo. Un lavoro infinito con mille incertezze ma alla fine le ruote sembrano assomigliare alle originali, tirare i raggi poi...a caso non avendo idea della giusta tensione da dargli. Quella dietro gira al millimetro mentra davanti sembra quella dei cartoni animati della disney ma funziona. Ovviamente il freno non lo posso usare ma ora ho quello dietro e di sicuro le cose miglioreranno. Passo la notte in bianco per le lunghe riparazioni, la mattina e' grigia di una bassa foschia pesante, poive leggermente e la strada e' una lingua di paltano rossastro. Inizio la salita delicatamente, quasi avessi paura di far male alla bici. Ogni minuto che passo sui pedali e' un piccolo miracolo, le ruote girano lente ma non ci sono problemi. Forse ho indovinato la giusta tensione dei raggi e il giusto angolo, forse sono davvero incredibilmente fortunato. Su per ore fino ad incontrare di nuovo la neve poi giu' per un'altra vallata di pini, sembra di essere a casa da quanto l'ambiente mi pare famigliare. La discesa non e' molto impegnativa e in poche ore arrivo nel fondovalle, e' ancora il Mekong questo grosso corso d'acqua; ma quante volte dovro' ancora passarlo prima di lasciarmelo alle spalle? Sinceramente non ne ho idea ma qualcosa mi dice che ci rivedremo ancora. La mattina mi sveglia un bel sole caldo, la strada e' decisamente migliore e di nuovo salgo. La pista rossa si arrampica con decine di tornanti e colora di ocra tutta la montagna, il verde intenso dei bassi cespugli e ancora la bianca neve sulla cima. Le bandiere cinesi sventolano su ogni casa tibetana (ovviamente una imposizione di Pechino) ma sono numerose quello messe alla rovescia in segno di sottile tacita protesta mascherata da una finta ignoranza. Arrivo per l'ennesima volta appena prima del tramonto sul passo, di nuovo fa un freddo della madonna e mi sembra buona cosa scendere di qua' in tempo zero. Ahh, grazie Luna! Vedo decentemente la strada e mi sento nelle condizioni di arrivare fino a Markam, l'ultimo grosso checkpoint prima del confine. Da queste parti e' piovuto di brutto e la "pista" che sto' seguendo e' impraticabile. Spingo nella notte su cinque centimetri di paltano,sono fradicio e sporco da fare schifo...vedo pero' le luci della citta' ed e' fatta anche per oggi. Cerco un posto asciutto per montare il campo e svengo stremato dalla fatica.
Un'altra mattina gelida, il fango sulla bici si e' ghiacciato e sembra cemento. Dovrei staccarlo a martellate ma sul cambio e freni non posso usare tale impeto. Fondo della neve e con l'acqua calda scongelo la bici, tutto gira. Sarebbe buona cosa superare questa citta' nelle tenebre ma ho riflettuto sui rischi che correrei e sopratutto so' che pulula di cani tra i quali quelli della polizia adestrati a mordere i ciclisti. Appena smontato il campo rimetto le ruote in ammollo sula strada, sta' facendo giorno e vedo chiaramente in lontananza le porte della citta'. Stavolta non sono invisibile grazie alla notte quindi dovro' stare molto piu' attento e silenzioso. I primi cani si fanno avanti sembrerebbe per curiosita' ma non posso rischiare, scendo dalla bici e li caccio con una fitta sassaiola, nemmeno un guaito. Le prime sbarre le passo con facilita', sembrano ancora dormire tutti. Poi pero' c'e' ne sono altre e vedo un po' di traffico di camion, li non dorme nessuno. Mi tengo sulla sinistra seminascosto dalla colonna di veicoli fermi per i controlli. Quando il primo parte lo seguo nella sua ombra e filo via come una sceggia. Sono fuori dall'abitato ma non posso credere che questa sia la strada principale per raggiungelo lo Yunnan, e' tutta buche e sassi...ovviamente fango ovunque. Mi trovo a pedalare in un cantiere di lavori interrotti dalle piogge, passerelle per guadare improvvisi torrenti e camion incagliati in qualche profonda pozza di paltano....in piu' piove. E' la tipologia della terra che rende il tutto un'odissea, e' simile ad argilla e l'acqua non filtra. Si formano piccole piscine dalla profondita' occulta e lo strato di melma sulla strada e' di almeno cinque centimetri. Pedalare neanche a pensarci e spingere sembra una delle sette fatiche di Ercole, accumuli di terra mi bloccano le ruote e spesso mi vedo costretto a trascinare la bici di traverso. Stamattina cercavo di preservarmi all'asciutto ma sprofondo in pozzanghere fino a sotto il ginocchio. Niente, non riesco ad andare avanti e lo sconforto torna a fami visita. Ma il brutto non doveva essere gia' passato, ma come' che mi trovo di nuovo nei casini? Ma le decisioni ,quando si vive in queste situazioni, sono davvero semplici da prendere perche' e' sempre e solo una: andare avanti. E allora su di nuovo in salita, i camion che incontro hanno le catene e non per la neve ma per districarsi meglio dal fango, poi caricano numerosi fogli di corteccia intrecciata che usano come antiscivolo quando slittano nelle pozzanghere. Un lago di melma mi sbarra la strda da parte a parte, ignoro di quanti centimetri e cerco di superarlo su un lato arrampicandomi sul ciglio e tenendomi in equilibrio sulla bici immersa fino ai pedali. Procedere e' difficilissimo e la terra sotto i miei piedi comincia a cedere, zolle di terra cadono lentamente in acqua e sotterrano le ruote. Tiro ma la bici non mi segue. Se la mollo perdo l'equilibrio e finisco dentro, spingo con tutto quello che mi rimane...E si sono proprio io. Mi ricordo ,in un bagliore di lucidita', il film "la storia infinita" quando il giovane Atreyu e il suo feddele cavallo Artax stanno attraversando la palude della tristezza, dove chi si fa sopraffare da quest'ultima rimane bloccato nel paltano e soccombe. Io no e tantomeno la mia bici, do strattoni fortissimi verso l'alto tanto da disincagliare le ruote dalla morsa del fango. Ora le borse riaffiorano e scedno in acqua, sprofondo rapidamente ma ho il tempo di sollevare la bici fino alla terraferma. Fatta! Che figata pero', io sono Atreyu e la mia bici Artax; ancora insieme per questo lungo viaggio per salvare il mondo che non sa piu' sognare.

mercoledì 5 dicembre 2007

Senza un attimo di respiro

Ad ogni alba sembra fare sempre piu' freddo, oramai la tend non si scongela neanche col sole quindi la piego come fosse di cartone e in qualche modo la carico sulla bici. Le bottiglie ora ho cominciato a metterle sotto il sacco a pelo per non fare congelare l'acqua ma e' inutile e tutte le mattine granita o moyto per colazione. Dai che manca poco e poi si va verso sud incerca del caldo, piu' precisamente ho l'ultimo passo sopra i 5000m, dopo solo grandi dislivelli ma non dovro' piu' salire cosi' in alto a congelarmi le ossa. Il sole non si vede da oramai una settimana, fa freddo ma la salita un po' riscalda, salgo salgo e il tempo si fa piu' scuro. Sembra nevicare ma spero sia solo il vento che muove cristalli di ghiaccio dalle vette tutt'attorno a me. No, incomincia a nevicare di brutto. La strada in pochi minuti e' tutta bianca e non vedo che a pochi metri dal mio naso. Mi manca una vita prima di valicare quest'ultimo passo, devo assolutamente facrcela prima che la neve mi blocchi qui'. Tornare indietro non se ne parla, rischierei di non passare fino alla prossima primavera. Via si va! convinto ma stremato dalla fatica avanzo sempre pedalando in un equilibrio precario. Oramai ci sono dieci centimetri di neve sulla strada, le borse davanti incominciano a toccare, dopo un'ora mi e' impossibile pedalare e scendo a spingere come un dannato. Sembro uno spartineve e non si va piu' avanti, smonto le sacche e le carico dietro per poter proseguire ma con un peso cosi' sbilanciato la cosa e' tutt'altro che semplice. Anche stavolta sono in ritardo spaventoso, fra poco fara' buio. Non ho scelta, devo valicare il passo e scendere piu' che posso, se monto il campo da queste parti domani mi ritrovo con un metro di neve e sarebbe la fine del mio viaggio e dovrei abbandonare la mia bici. Spingo fino al limite del mio respiro, la quota e la fatica mi annebiano la mente, forse sto' facendo una cavolata ma vado su. Sbavo come un cane rabbioso ma non ho il tempo di chiudere le labbra dal bisogno d'ossigeno che hanno i miei polmoni. Vedo le bandiere di preghiera, le sento urlare squassate dal forte vento sulla vetta, rimonto le sacche davanti cosi' che frenino la mia discesa e sorrido nel pensare che oltre tutto questo ho pure un freno soltanto, ovviamnete quello davanti. Niente paura perche' spingo ancora e con forza, la neve mi arriva alle ginocchia. E giu', ma e' buio pesto e incomincia a fare davvero freddo. La neve non si placa ma devo mettermi in salvo se no torno a casa quando arriva il disgelo. Per ore scendo lentissimo dalla montagana, la neve sulla strada adesso e' poca ma continua a scendere dal cielo, la luna ricope di fluorescenza tutto attorno a me e contemplo l'immensita' di questo spettacolo anche se frastornato dalla paura per la mia situazione. Saranno le dieci di sera, mi sento un po' piu' tranquillo e mi guardo attorno per montare il campo. Miracolosamente vedo una capanna in rovina. Non c'e' il tetto ne finestre pero' la porta e' chiusa col lucchetto, non busso e la butto giu' con tutta l'adrenalina accumulata oggi. Recupero del legno dagli infissi rimasti senza vetri e dal pavimento marcio, con la benzin accendo un grande fuoco e mi sento definitivamente in salvo. Sento dei passi sulla neve, guardo fuori e ci sono quattro ragazzini tutti infreddoliti che vogliono entrare. Butto legna sul fuoco e ci sediamo attorno, hanno scarpette di tela fradice, ne guanti ne giacche pesanti. Provo a chiederrgli che diavolo ci fanno qua' su. Il loro autobus e' rimasto bloccato dalla neve infondo alla valle e loro stavano provando ad arrivare al prossimo villaggio a piedi. Tiro fuori tutto il cibo che ho e mangiamo tutti assieme, mi offrono tzmpa gia' mischiata col burro ma l'impasto e' congelato e impossibile da mangiare. Fondiamo neve per ore e beviamo del buon latte in polvere, caffe' no se no poi non dormo. Mi carico il piu' spavaldo sulle spalle per arrivare sul poco tetto che ci copre per scardinare i travi portanti, ci serve legna perche' si muore di freddo se il fuoco si spegne. Tutti e cinque avinghiato in silenzio a vedere le alte fiamme, si sorride ma nient'altro. Che razza di situazione sto' vivendo. Butto il sacco apelo li vicino e cerco di dormire ma e' un utopia. Sti ragazzini si mettono a fare un casino della madonna e distruggono tutto per fare lega da ardere. Niente, me la metto via, per stasera non si dorme e un po' mi girano perche' nonostante le mie imprecazioni in varie lingue non smettono di far cagnara. Sorge il sole e ne sono grato, mi preparo un po' di latte e li mando a quel paese. Mi spiegano che se si adormentavano il fuoco si sarebbe spento e il gelo li avrebbe colti nel sonno. Li guardo sbalordito e mi rendo conto che hanno addosso solo quattro stracci mentre io piumino e sacco da -30. Mi sento il piu' grande idiota che vive su questo pianeta. Praticamente non hanno dormito per restare vivi. Allora colazione per tutti e adesso non mi rimane neanche un biscotto da mangiare ma e' il minimo. Mi aiutano a mettre la bici sulla strada e riparto verso la valle. Non nevica piu' e non ho paura, monto in sella e pedalo ma mi parte la ruota davanti e cado, si fa per dire perche' le sacche si appoggiano alla neve e la bici si ferma a 45 gradi. La cosa non mi sembra tanto pericolosa, anzi mi diverto un sacco. Ovviamente mi devo scordare di toccare il freno, sarebbe un suicidio annunciato; per ridurre la velocita' vado a lato della strada cosi' che le sacche urtino la neve piu' alta. Vedo un grosso camion che sale lentissimo, non so dove vuole arrivare, la su c'e' piu' di un metro di neve. Comunque mi apre la discesa e il gioco e' fatto, penso. Non riesco a rimanere inpiedi sulle tracce lasciate dalle ruote, la neve schiaccita e' diventta come ghiaccio e allora procedo con la vecchia maniera. Dopo ore arrivo a due case e un negozietto. Ovviamente i biscotti che compero sono scaduti da anni ma non c'e' di meglio. Prendo il mio portafoglio per pagare e il ragazzo dall'alta parte tira fuori dalla giacca il suo, toglie la foto della sua famiglia e me lo porge. Mi fa capire che il mio e' tutto rotto e che mi regala il suo. Fame, freddo, solutidine e estrema fatica, tutto questo e' stato ripagato ampiamente da questo gesto per me commovente, Questo e' Tibet. Mi invita a scaldarmi nella sua capanna e mangio sti biscotti raffermi, asciugo i guanti e le mie scarpe ma sta' iniziando a nevicare di nuovo. Devo ripartire verso il fondovalle se no non sono tranquillo, basta con la neve adesso ne ho abastanza. Ancora si scende ma molto lentamente, ora c'e' poca neve e se cado qui' mi faccio male. La neve che scende si trasforma in pioggia mentra la strada diventa un torrente di paltano. E per finire "Stok!" rotto un'atro raggio della ruota dietro e ovviamente dalla parte del cambio. E allora spingo di nuovo sta bici che mi sta' facendo impazire. Arrivo vers sera in un villaggio, trovo da dormire da un cinese tutto contento perche' sa' che mi spillera' un sacco di soldi ma non ho scelta. Devo asciugarmi e trovare un modo per continuare il mio viggio verso il confine.