domenica 28 ottobre 2007

La vita secondo Phematashi

Da quando sono a Lhasa vado molto spesso alla mensa per i pellegrini che ho giusto soto la mia guest hause, Tukpa (zuppa di noodles e carne di yak) tre yuan (0.30 euro) o momo (grossi ravioli sempre di carne di yak) quattro yuan (0.40euro). E' un grande cortile coperto da una tettoia in plastica che lascia filtrare una luce verdasta, panche tutt'attorno ai muri e bassi banchetti traballanti. E' sempre pieno di gente e rigorosamente tibetani, nessun cinese metterebbe mai piede qui' dentro. Sui tavolini centinai di banconote di piccolo taglio (yuao 0.01 euro) che tutti mettono a disposizione delle generose donnine che instancabili passano con grossi termos a riempire i bicchieri di delizioso the dolce e poi direttamente si prendono il compenso. Lunghi pomeriggi sono stato qua' dentro da solo ad osservare quello che succede e a fantasticare sui diversi luoghi di provenienza di tutta questa folla. Giungono qui' da tutto il Tibet facendo viaggi anche di settimane per venire a pregare nel selciato davanti al tempio del Jokhang, il piu' sacro di tutto il paese. Molti cercano di cominicare e tra sorrisi e mimi riesco sempre a dire qualcosa e a capire molto di piu'. Una mattina pero' entro come al solito e un giovane ragazzo mi invita a sedermi al suo tavolo, incredibilmente parla inglese e inizziamo a chiaccherare del piu' e del meno bevendo the dolce. Le cose che mi ha raccontato hanno dell'incredibile.
Phematashi ha 26 anni e viene da Derge, un villaggio nel Kham proprio ai confini con la "Cina".
-(D) Come mai sei qui' a Lhasa? li chiedo incuriosito, non ha il fare di un pellegrino e veste bei vestiti all'occidentale.
-(P)La mia famiglia e' di pastori e a me non piace stare con le bestie, troppo freddo la su...poi non posso piu' tornare, i cinesi mi cercano.
Incuriosito come non mai li chiedo
-(D) Perche', hai combinato qualche casino nel tuo villaggio?
-(P) No,no. Quando avevo sedici anni sono scappato dal Tibet e sono andato a Daramsala in India per vedere il Dallai Lama. E me lo dice con una tranquillita' disarmante.
Rimango a bocca aperta e gli chiedo come cavolo ha fatto ad attraversare tutto il tibet fino al confine Nepalese e poi da li raggiungere le montagne indiane.
-(P) Siamo scappati in piu' di cento e bisognava stare attenti che se i cinesi ci vedevano ci sparavano. Mi ci son voluti due mesi per arrivare a Daramsala.
-(D) Ma come avete fatto a oltrepassare l'Himalaya?
-(P) Per un valico che i cinesi non conoscono e non troppo alto.
Io mi immagino questa lunghissima carovana di gente e animali che s'inerpica per piste ghiacciate su per montagne sconosciute ai piu'.
-(D) Ma il fraddo, la fame....
-(P) Eravamo tutti giovani e forti, e' stata dura ma siamo arrivati tutti al cospetto del Dallai Lama. Noi siamo nati su queste montagne e la dove le guardie cinesi morirebbero congelate noi possiamo bivaccare con qualche coperta di pelo di yak e un po' di tzampa. Poi in Nepal e in India e' facile, sono amici del popolo tibetano e gli ultimi chilometri gli abbiamo fatti in pulman.
Gli dico che io ci sono stato a Daramsala e subito si illumina.
-(P) La ho studiato il buddismo e ho imparato l'inglese. Sono rimasto in India per sette anni ma poi sono ritonato dalla mia famiglia. Li i cinesi quando mi hanno visto mi hammo chiesto dove sono stato tutto quest tempo e mi hanno arrestato per delle settimane. Appena mi hanno rilasciato sono scappato e sono venuto qui' a Lhasa.
-(D) E adesso cosa fai per vivere? Perche' non fai la guida col tuo perfetto inglese.
-(P) Le autorita' cinesi non mi danno il permesso di lavorare coi turisti tantomeno la licenza per una piccola attivita' cosi' compro e vendo cianfrusalie antiche di sottobanco.
-(D) Ma com'e' la convivenza con i cinesi? A questa domanda si apre una diga e si offre anche come interprete per tradurre i malcontenti della piccola folla che si e' creata intorno a noi.
-(P) Non c'e' integrazione e le autorita' insistono ancora oggi con una politica estremamente opressiva nei nostri confronti, una sera sono stato arrestato perche' portavo il colletto alzato del giubbotto.
Il gruppeto si anima ma qui' si puo' stare sicuri, non ci sono cinesi nei paraggi e Phematashi mi spiega le condizioni del presunoto aiuto che il governo di Pechino ha portato al paese.
-(P) Le strade, l'acqua, il telefono. Le strade sono state costruite per far muovere rapidamente le truppe cinesi lungo tutto il territorio, la stragrande maggioranza dei tibetani non possiede macchine ma piccole motrici per arare i campi. A noi non ci servono. L'acqua arriva solo nelle citta' nuove fatte dai cinesi, nei villaggi non c'e' e tantomeno l'elettricita' che il governo cinesi si e' impeganto a portare unicamente solo lungo la strada principale. La nuova ferrovia e' principalmente adibita al trasporto merci, inimmaginabili quantita' di materie prime, sacheggiate dal sottosuolo tibetano, raggiungono la cina attraverso questa velocissima via che pochissimi tibetani useranno per spostarsi. Questo cosidetto progresso e' solo un'opera di colonozzazione che giova solamente ai cinesi che vivono in tibet e a noi non porta nulla. Perfino il turismo e' nelle mani di Pechino e noi ci accontentiamo delle briciole.
-(D) Ma perche', nonostante tutto questo, il Tibet e' il paese in cui ho visto piu' gente sorridere?
-(P) E' la nostra fede e la nostra speranza di un paese libero che ci permettono di essere sereni, ma ogni tibetano e' felice fuori ma non cosi' tanto dentro. Tutti portano il pesante fardello di non essere liberi e di vivere in un paese represso da piu' di cinquant'anni di sopprusi.
-(D) Se devo essere onesto l'intera comunita' mondiale non si cura affatto della liberta' del Tibet. Ma voi sperate davvero in un paese di nuovo libero?
-(P) Ogni tibetano crede questo. La maggiorparte delle preghiere dei fedeli lungo i kora (percorsi di pellegrinaggio) sono rivolte alla liberazione del Tibet.
Cerco di smorzare un po' i temi della discussione che l'intera mensa sta' scoppiando.
-(D) Domani voglio andare a visitare i templi della capitale, qual'e' la loro storia?
Niente da fare, Phematashi non risponde alla mia domanda come vorrei.
-(P) Il biglietto d'ingresso va al governo di Pechino e tutte le banconote che i fedeli mettono sulle statue di Buddha e sulle figure sacre vengono rastrellate tutte le sere e vanno a sommarsi al profitto dei cinesi.
Resto stupefatto.
-(P) Per entere nel Potala anche noi tibetani dobbiamo pagare e abbiamo dei giorni ben definiti.
Le autorita' cinesi hanno lasciato in piedi pochissimi monasteri durante la rivolizione culturale, adesso ne stanno restaurando alcuni ma solo per i turisti non per i tibetani.
La conversazione continua poi piu' legera. Al momento di uscire dalla mensa mi avverte che potrebbe avere dei problemi se viene visto parlare con degli stranieri, non essendo una guida non si spiegherebbe il suo perfetto inglese.
Ci lasciamo con un abbraccio e gli prometto che non entrero' nei templi a pagamento.

E si, ma la voglia e' tanta e la mattina alle sei e mezzo sono impiedi davanti al Jokhang cercando una maniera di infiltrarmi dentro. Mischiarmi coi pellegrini e' improbabile, la mia barba risalta troppo. Scavalcare il muro non se ne parla. Mi accovaccio vicino ad una porta sul retro che di tanto in tanto vedo aprirsi. Aspetto illuminato da un'immensa luna piena. Si apre, corro dentro scusandomi col monaco che ha fatto scivolare il chivistello...tre passi e vengo braccato da due poliziotti. Anche sta volta la tecnica del "non so" e dello sguardo vago funziona, mi cacciano a forza ma senza tanti casini. Niente, domani ne studiero' un'altra per varcare la porta del tempio piu' sacro del tibet senza andare a rimpinzare le tasche del governo cinese.

lunedì 22 ottobre 2007

Finalmente Lhasa

Per ore sono stato davanti alla mappa del Tibet per scrutare quale poteva essere la strada piu' interessante per arrivare a Lhasa, alla fine ho scelto di dirigermi verso sud allungando di qualche giorno il viaggio ma evitando cosi' i posti infestati dai turisti. Scelta azzeccata e lungo la sconfinata pianura gruppi di contadini che setaggiano l'orzo (la farina tostata diventa Tzampa, alimento base per i tibetani) mi invitano continuamente a bere birra appunto d'orzo. Sono costretto a ridurre le mie pause lungo i campi se no mi ubriaco, piu' di una voltga ho sentito l'alcol scorrere sulle gambe dopo momenti di relax coi tibetani. Piu' nessuno chiede "mony" ne i bambini accorrono con le mani tese, sono di nuovo tra la vera gente, tra i puri che mi vedono come qualcosa di nuovo e interessante e non come un bianco con i soldi. Incredibili velocita' riesco a tenere lungo tutto il giorno, distanze che prima percorrevo in due giorni di sudore e fatica oggi le copro in un giorno senza spingere troppo sui pedali. Ancora qualche passo sopra i 5200m mi separa dalle grandi citta dello Tsangt (la regione del Tibet centrale) ma l'asfalto liscio come marmo mi facilita incredibilmente le salite. Visito i grandi monasteri della regione scampati in parte alla follia distruttrice delle guardie rosse durante la rivoluzione culturale cinese, mi sento la controfigura di Bread Pit in sette anni in Tibet ma poi orde di turisti da tutto il mondo entrano con fragorosa cagnara a importunare i monaci ficcandogli obiettivi in gola o rincorrendloli con macchinette usa e getta con la pretesa di fare uno scatto originale. Non mi resta altro che appartarmi e aspettare la chiusura dei monasteri ai visitatori per aggirarmi tutto solo per le viuzze assaporando l'ormai famigliare odore del burro che brucia e fingendo un'aria stupita quando le autorita' cinesi mi invitano gridando ad uscire oramai dopo il tramonto. Preferisco non passare mai la notte nelle citta' e mi accampo appena fuori le mura, cosi' al mattino ho sempre buona compagnia con ragazzini e contadini che mi aiutano a ripiegare la tenda e il piu' delle volte insistono col voler brindare alla mia partenza con laloro acidula birra ma li placo offrendogli il mio piu' salutare cafellatte con biscotti. Svolto ancora una volta per una stradina chiusa al traffico, salgo per una stratta valle gelida contornata da immense montagne con ghiacciai che giungono quasi fin sulla strada. Devo richiudere la bocca rimasta aperta dallo stupore perche' mi stanno saltando i denti dal gelo, qua' su fa di nuovo freddo da paura e una notte qua' su mi congelerebbe le ossa. Decido di valicare il passo e di perdere quota, sta' facendo buio ma la luce della luna quasi piena, riflessa dai ghiacciai,mi mostra la strada fino a valle. Trovo riparo sotto un grosso masso e al mattino un branco di caproni di montagna mi costringono a levare le tende di buon ora bersagliandomi di sassi dall'alto di impressionanti rupi che qui' mi circondano. Ancora discesa gelida fino al lago sacro Yamdrok. Giornata memorabile lungo la frastagliata sponda fino all'ultimo passo prima della capitale. Ovviamente mi accampo dove la vista e' migliore ma il freddo vuole il suo tributo. Dall'alto dei miei 5000m ho tra i piu' bei tramonti della mia vita e non sazio metto la sveglia alle sette per non perdermi neanche l'alba. Durante le mie continue uscite notturne dalla tenda per andare al bagno scorgo riflesso nel cielo un timido bagliore che deduco essere quello delle luci di Lhasa, la capitale e' vicina e se avro' fortuna domani pedalero' al cospetto del Pothala. Aspetto l'arrivo del sole che mi scongela la tenda e l'acqua per la colazione, davanti a me ho piu' di trenta chilometri di discesa e ho un po' di preoccupazione per i miei freni che raggiungeranno temperature altissime, dovro' andare adagio per salvaguardare i miei cerchioni preziosissimi e insostituibili in questa parte del pianeta. Metto le cuffie e indosso tutto quello che ho, parto in bicchiata cantando a scuarciagola facendo mille schinche per evitare le jeep de turisti che dalla capitale si accontantano di arrivare solo fino al passo per il panorama. Che ridere, mi si congela la mascella e sbiascico parole incomprensibili ma sono felice e innamorato dei miei pensieri arrivo troppo infretta al fiume Bramaputra che oltrepasso per l'ennesima volta. Sono di nuovo nella Friendschip HW, il traffivo mi soffoca ma sono vicino a Lhasa e non ci faccio piu' di tanto caso. Pulman pieni di turisti quasi sbandano quando tutti quelli muniti di macchina fotografica si spostano sul lato destro per farmi foto dai finestrini chiusi. Fabbriche cinesi coprono la vista del Photala, una volta era la piu' imponente costruzione del Tibet e da qualsiasi punto della valle la si poteva vedere, ora ciminiere e fonderie sembrano volontariamente tentare di sovrastarlo a significare l'opressione del progresso sulla religione. Quasi ci credo pure io, dal cartello "Lhasa" oramai sto' pedalando da piu' di un'ora in una anonima citta' cinese come tutte le altre. Eccolo! l'ho intravisto tra il traffico infernale, svolto per una stradina, salgo su marciapiedi e evito auto impazzite. Spero nessuno osi attraversarmi la strada perche' non posso guardare avanti, sono rapito dall'imponenza di questo palazzo ex residenza del Dalai Lama e simbolo dirompente del buddismo in tutto il mondo, ringrazio gli dei di questo mondo di averlo protetto dalle guardie rosse e preservato all'umanita'. SONO A LHASAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!. Non ho il cavalletto e quindi butto perterra la bici, accendo la videocamera e alla meno peggio imortalo questo momento desiderato da una vita. Felicita', adrenalina e una immensa soddisfazione.

sabato 13 ottobre 2007

Verso il tetto del mondo

Viaggiare verso sud vuol dire avere di nuovo il vento in faccia, spingere come un dannato tutto il giorno per coprire una distanza ridicola. Il mio andare viene notevolmente rallentato e anche il morale ne risente, la salita stanca meno che sfidare queste potentissime raffiche che mi disarcionano dalla bici. Trovare un posto per piantare il campo e' impossibile, il vento mi strappa la tenda ma per fortuna dei nomadi mi danno asilo al riparo sotto i loro recinti di pietra e mi rinvigoriscono con litri di the al burro. La mattina seguente non cambia l'intensita' ne il verso del mio oramai inseparabile compagno di viaggio, crazie al cielo verso sera imbocco una stretta valle che taglia a ovest e come d'incanto l'aria s'immobilizza e la mia pelle puo' di nuovo assaporare il calore del sole. Sbocco su di un'altura con un immenso lago ai miei piedi, e' il crepuscolo e le ombre dell'Himalaya assieme al rosso fuoco dei ghiacciai dipingono un paesaggio che immediatamente mi fa scordare le pene che ho provato fino ad adesso. Pianto la tenda sulla riva in concomitanza con una famiglia di nomadi molto piu' pratici di me; mi offrono la loro acqua visto che il lago e' salato e non avrei potuto dissetarmi. Al mattino loro sono gia' partiti per gli alti pascoli e io proseguo verso oriente verso il Xixabagma. Pedalo sul letto di un fiume asciutto, sassi e sabbia non mi danno vita facile ma l'immensa sagoma innevata all'orizzonte stimola troppo la mia curiosita' ne non mollo costi di spingere la bici per piu' di mezza giornata. La valle diventa un'immensa distesa di pascoli, mi accampo prima del tramonto giusto di fronte all'ottomila e mi gusto ogni sfumatura di arancione-rosso fin che la notte non cala. Ora seguo per un'infinita steppa disseminata di yak e pecore, nel primo pomeriggio raggiungo la Friendship HW che mi sembra liscia come un bigliardo. Le ruote corrono velocissime finalmente, non ci sono ne buche ne pietre, il mio sedere ringrazia. Ignaro di tutto mi avvicino al primo villaggio e vengo assalito da flotte di bambini con le mani tese che mi chiedono caramelle penne e adirittura: give mi us dollars. Scappo sconvolto e poco piu' in la donne anziane corrono su dai campi anche loro con le mani tese a chidermi money. Non oso credere che sono nel medesimo paese di sempre, nessuno mi saluta piu' col meraviglioso e cantato "Thasci Dale" ma tutti dicono "hello" seguito inesorabilmente dall'orribile parola "money". Nel frattempo mille jeep piene di turisti mi sfrecciano accanto a velocita' pazzesche, riesco a vederne in lontananza alcune che si fermano per scattare foto, pagare con manciate di caramette e ripartire. Adesso sono davvero incazzato e al prossimo gruppo fermo in un villaggio faccio una scenata da paura e li supplico di non dare caramelle ai bambini e di non pagare i tibetani per le foto. Noi occidente abbiamo portato via tutto a questa gente e siamo rimasti impassibili mentre le loro terre venivano invase, adesso lasciamogli almeno la dignita' e non trasformiamo questo meraviglioso popolo in un ammasso di mendicanti. Le nostre caramelle e le nostre penne non cambiano la loro condizione di vita, credo che una sincera chiaccherata (a mimo ma eficacissima) e alcuni minuti di gioco con i bambini facciano molto di piu'. Nel tibet occidentale erano i bambini che davano le loro matite a me, la gente accorreva dai campi per invitarmi nelle loro tende e si era sempre in un rapporto idilliaco di uomo a uomo, entrambi pieni di curiosita' per il diverso ma sempre con un immenso rispetto. Ci vogliono giorni per superare questo duro colpo, poi ci si mettono pure i cicloturisti che vengono da Lhasa diretti a Khatmandu' provvisti di auto di supporto e campi allestiti appuntino per fargli trovare sempre la pappa pronta e il letto caldo. Sfrecciano come pazzi sulle loro perfette bici leggerissime e non si fermano un secondo a vedere il tibet, giu' di scavezzacollo tra villaggi e immezzo a gruppi di tibetani al lavoro sui campi; no un saluto, no un sorriso. La cosa che piu' mi fa girare le palle e' che con me fanno lo stesso. Ne avro' incrociati una cinquantina ma mai nessuno a toccato i freni per salutarmi, figuriamoci per fermarsi per fare cuattro chiacchere. Non hanno mappe e non sanno dove sono diretti, l'unico obiettivo e' arrivare all'immenso campo montato spesso in radure oscene perche' i posti migliori gli hanno gia' occupati i gruppi piu' veloci. Noto pero' che i tibetani hanno capito la differenza tra chi ha le sacche e va verso Lhasa e chi non le ha e va in discesa verso il Nepal, ricevo di nuovo qualche invito ora che sto' viaggiando su strade meno battute e ho sempre una risposta ai miei eclatanti saluti tra la gente dei campi. Sulla mappa e' segnato come trekking ma la strada che va al campo base dell'Everest e' percorsa da decine di jeep di turisti ogni giorno. Mi costa due giorni di dura pedalata ma arrivo anch'io sotto la faccia nord della montagna piu' alta, sono ai piedi del tetto del mondo. Fa freddo etira un forte vento, la guesthouse per i turisti arrivati in macchina e' carissima. Per fortuna un monaco del monastero sulla rupe mi cede la sua stanza per la notte e ceno nella piccola cucina piena di adepti con zampa e the al burro. La televisione accesa da un film russo di guerra e qui' tutti sembrano incedibilmente interessati a come va a finire. All'alba salgo in bici al presunto campo base ma e' deludente il falso allestimento cinese e il divieto di proseguire oltre, intanto dozzine di turisti salgono su con carretti trinati da piccoli cavallini e con una coperta sulle gambe; anche ragazzi della mia eta'...mi sembra ridicolo. Dopo due giorni di curve arrivo incima ad un passo dal quale la vista sull'Himalaya e' mozzafiato, fa niente che sono a 5300m ma pianto il campo e attendo il gelido tramonto. Da adesso fino a Lhasa la strada e' asfaltata, cerchero' ogni strada che mi porti lontano dalla Frienship HW per godere a pieno della vera gente di queste terre.

E il peggio doveva essere passato

C'e' uno strano rapporto tra il cibo e il nostro cervello, c'e l'ho abbiamo fin dai primordi della nostra spece. Ad Ali ho fatto una terribile indigestione visto che avevo patito la fame nei giorni precedenti e ho ritardato la mia partenza di qualche giorno. Per qualche chilometro ho pedalato su un asfalto nuovo di zecca, poi ha lasciato il posto ad un infinito cantiere stradale che ha la pretesa di pavimentare tutta la strada fino a Lhasa. Camion, ruspe e buche dappertutto. Polvere nei polmoni fino dall'alba e ho imparato a capire il vento per non farmi trovare nella parte sbagliata della strada e farmi soffocare da nuvole dense che mi tolgono il fiato. Pedalare in queste condizioni diventa impossibile, mi allontano quindi verso l'infinita steppa tenendo come riferimento le enormi colonne di polvere di quel girone dantesco. Sono piu' lento ma ci sono meno buche e la bici me ne e' di sicuro grata, sono stracarico e il timore che il cerchione dietro ceda e sempre nei miei pensieri. E' incredibile quanti animali popolano queste sterminate pianure, dalla strada sono praticamente invisibili ma dalla mia nuova rotta li vedo vicinissimi e poi non mi sentono arrivare. Non scappano piu' di tanto, qui' non sono mai stati cacciati; gazzelle, cavalli selvatici, cervi e ungulati dalle corna dalle mille forme. Qualche volta ho piantato il campo al loro cospeto ma piu' di tanto la mia presenza non li ha mai disturbati. I lupi pero' hanno alcuanto inquietato me ma mi sono subito reso conto che la loro era piu' curiosita' che fame quella mattina che mi hanno sveglaito gironzolando attorno alla mia tenda. Finalmente lascio la valle per salire al paese di Dharcen sovrastato dall'inconfondibile sagoma bianca del leggendario monte Kailash. E' indubbiamente la montagna piu' sacra dell'asia, venerata da quattro religioni e' considerata il centro dell'universo. Dai suoi versanti nascono quattro fiumi importantissimi che portano la vita in questa parte di mondo. Secondo la fede buddista fare il pellegrinaggio attorno al Kailash purifica una delle vite passate cosi' che il proprio kharma migliri. Parto di buon ora anch'io come i tanti fedeli. Il tempo non e' dei migliori e la vetta compare rare volte, pianto il campo sotto l'impressionante prete nord e l'indomani valico il passo di 5600m eseguendo alla lettera tutti i vari rituali che mi insegnano i tibetani. Per un momento butto alle ortiche la mia ottusa razionalita' occidentale. C'e' un punto, sotto la parete est, dove i buddisti e gli indiani lasciano una goccia di sangue per stare ad indicare il passaggio ad una nuova vita o per lasciarsi alle spalle qualcosa; ho preso il mio coltellino e due gocce di sangue su una pietra sacra sono sicuro che mi abbiano davvero aiutato a passare oltre ad una situazione che fin qui' mi ha perseguitato. La mia lunga pedalata riprende verso il lago sacro Manasarovar e poi di nuovo verso ovest e per mia fortuna i colossali lavori di pavimentazione fin qui' non sono ancora arrivati. Ricomincaino i valichi oltre i 5000m e il tempo si guasta. Da prima un forte vento contrario che non mi lascia proseguire e poi incomincia a nevicare di brutto. Per una settimana non vedo il sole e il forte vento mi spara in faccia cristalli di neve presi dalle vette tutt'attorno. La strda e' un'inferno di paltano e buche, piantare il campo in un posto riparato e' un 'impresa, dopo una giornata soto questa neve pesante sono bagnato fino alle ossa e non c'e' modo di asciugarmi. La tenda fradicia appesa alla bici pesa cinque volte tanto e mi e' impossibile cucinare nelle pause durante il giorno. Il piu' delle volte mi sfamo con biscotti e salsicce crude, impazzisco la notte a sentire che la neve continua a cadere sulla mia tenda, all'alba il rumore e' lo stesso e il morale ne risente. Finalmente un pomeriggio il vento si afievolisce, la neve non cade piu' di taglio e le jeep dei turisti hanno spianato gli infiniti dossi della strada. La notte il cielo si ridipinge di stelle, ha smesso di nevicare. La mattina c'e' il sole e finalmente la mia tenda si asciuga, la mia giacca e i miei guanti anche; non fa piu' freddo e verso mezzogiorno il sole risplende come non mai sopra la mia testa. Rinfrancato dalla situazione volta a mio favolre spingo sui pedali per arrivare al villaggio di Saga dove una doccia calda mi aspetta. Nel frattempo accampo sulle rive di uno spettacolare lago, sulla cima di incredibili dune di sabbia e vengo ospitato da una famiglia tibetana e la nonna mi rimbocca le coperte prima di addormentarmi. Arrivo a Saga quando il sole e' gia' dietro l'Himalaya, i bambini accorrono a salutarmi e incrocio finalmente lo sguardo con qualche turista, fino ad ora i loro volti li intavvedevo dietro alle macchine fotografiche dentro alle jeep che tentavano di fotografarmi come un animale rarao senza proferir parola nonostante della stessa razza. Una doccia pubblica ti rida' la vita e un buon piatto di tukpa (la zuppa tibetana con carne di Yak) rimette in forma i miei muscoli. Controllo minuziosamente la bici e rimango esterefatto, tolto il paltano e' immacolata e sembra nuova. Cambio freni e copertoni, 2500km li hanno messi a dura prova. Faccio scorta di cibo e frturra, riparto alla volta del campo base dello Xixabagma.