sabato 15 settembre 2007

Sopravissuto

I primi giorni dopo che ho lasciato Khasgar sono scivolati lisci sull'asfalto e fra decine di villaggi uiguri (l'etnia che popola la regione dello Xijian), l'unico inconveniente e' stata la tenda difettata a cui mancavano fondamentali cuciture che ho rimediato da un esperto sarto. Il mio primo pensiero e' stato quello di eludere i posti di blocco lungo la strada e per fare cio' ho passato due grossi villaggia al mattino presto col buio mentre tutti dormivano non considerando il fatto che da qui' in poi avrei trovato pochissimi altri luogni dove poter comperare del cibo. La strada asfaltata e' finita dopo tre giorni per lasciare il posto a un'orrenda pista tutta buche e sassi tanto da dover pedalare anche in discesa. Ed ecco le salite; giornate intere alla velocita' minima consentita dal principio fisico per cui la bici rimanga in equilibrio. Tremila, quattromila metri. Il respiro diventa sempre piu' affannoso e la fatica insopportabile. Mi fermo ogni duecento metri verso i valichi piu' alti, un po' spingo la bici e un bo' prendo lunghe pause. Sento il sangue denso come miele scorrere nelle tempie pulsanti e la testa mi comincia a fare un male cane, lo so' e' l'altitudine e spero che perdendo quota le cose miglioreranno. Arrivo stremato una sera in un villagio di tre baracche che si chiama Mazzar a quota 4300m, oggi ho valicato il mio primo passo sopra i cinquemila metri dopo una settimana passata sui pedali, finalmente mangio un po' di riso e dormo per terra ma al caldo. Gentilmente mi vendono un po' di viveri e riparto verso il Tibet. Ora la strada e' sempre in condizioni piu' pietose, le visciche sul sedere mi obbligano a fermarmi spesso; davanti a me l'imponente catena del Karakorum mi sovrasta mentre io percorro il fondo di una delle sue vallate piu' profonde. Adesso incomincimo a fare i seri e ci si alza notevolmente , sono partito in pantaloncini corti; adesso pedalo col piumone a -10 gradi fin che non spunta il sole da dietro l'Himalaya. Mi sento aclimatato per bene, oramai sono dieci giorni che sono qua' su e ho superato numerose volte passi a cinquemila metri, la fatica pero' e' sempre la stessa e ci si mette anche il tempo a farmi impazzire. Tutte le sere intorno alle sei si alza un vento micidiale e si mette a nevicare, pedalare diventa impossibile e tantomeno cercare di montare la tenda, l'unica e' aspettare ranicchiato sotto la bici che si calmi un po' e sperare che succeda prima che cali il sole che muoversi qui' di notte e' un suicidio. L'acqua congela nelle bottigle che tengo dentro alla tenda, il cibo cominci a scarseggiare e troppi villaggi che nelle mappe dovrebbero esserci li incontro in macerie. Comincio davvero a preoccuparmi e le tempeste di neve alla notte non mi rassicurano per niente, pero' svegliarsi al mattino e vedere tutto innevato e segnare per primo la lunga spianata ,che dovrebbe essere la strda, non ha prezzo. Incontro da giorni solo qualche camionista che mi sorride dall'alto della gabina. Se un camion si rompe qua ,su prima di vedere qual'e' il problema, tirano giu' la ruota di scorta e gli danno fuoco per scaldrsi, poi aspettano un'altro camion che li porta via e abbandonano qui' il mezzo per ritornare giorni dopo con pezzi di ricambio. Per piu' volte ho montato la tenda a ridosso di quest'ultimo unico riparo dal vento in questo deserto gelido. Il cibo devo razzionarlo e non e' una bella cosa quando chiedo al mio fisico sforzi sovraumani per spingermi sempre piu' in alto e poi per incontare l'acqua devo fare lunghe deviazioni fino ai lontani letti quasi asciutti dei torrenti. Mi do' dell'idiota per non avere portato con me viveri a sufficenza ma oramai siamo qui' e studio le prossime tappe per arrivare dove c'e' un po' di umanita'. Trovero' gente solo dopo il confine tibetano ma prima devo superare il deserto dell'Aksai Chin, un pezzo di Ladak indiano espropriato dai cinesi senza che nessuno se ne accorgesse per costruinci sopra questa strada di immensa importanza strategica...uno dei luogni piu' remoti della terra. Tre giorni a 5200m in un paesaggio mozzafiato che mi ripaga di tutte le mie fatiche, una pianura dai colori intensi circondata da altissime montagne innevate. Il colore dell'oro mi viene a trovare ad ogni tramonto e le lunghissime ombre delle cime disegnano miraggi di dune sulla piana infinita. E' insopportabile la fatica a questa quota e, piegato sul manubrio, prendo lunghissime pause per recuperare. Ecco l'ultimo passo, sono finalmente arrivato in Tibet, dopo mille fatiche e sedici giorni sono appena all'inizio del mio viaggio. La giu' un villaggio che sembro non raggiungere mai, nessun ristorante ne letto ma degli operai che stanno sisitemando la strdad mi danno ospitalita' e cibo dentro la loro tenda e non c'e' verso di ricompensarli. Mangio da esplodere, e finalmente sazio manco ci penso alla tormenta di neve che congela tutto fuori dalla mia tendina che ho montato poco lontano dal villaggio. Ancora un'altra mattina gelida ma il solo pensiero di essere finalmente nel paese tra le nuvole mi da la forza di pedalare. Dopo alcuni valichi ancora sopra i 5000m comincio piano piano a perdere quota, il mio corpo ne trae un immenso giovamento e riesco a percorrerre piu' chilometr in un giorno. Incontro qualche villaggio e la gente gentilissima mi vende un po' del loro cibo, non sono piu' in carestia e sapermi con le borse colme di riso mi da una certa temerarieta' e forzo un po' di piu' sui pedali per recuperere qualche giorno tanto alla sera mi strafogo di mangiare. Laghi cobalto, distese verdissime, montagne velate di bianco, il Tibet e' come sulle cartoline e io ci sono nel mezzo. Essere dove si e' segnato da lungo tempo ti fa sentire fortunato, vivere il proprio sogno da un senso di felicita' ineguagliabile. Sapere poi quanto ti e' costato trasforma tutto in una sorta di adrenalina queta che la senti dentro come forza vitale.....e pensi: e adesso chi mi ferma piu'! Neve, forature, pantano e freddo...ho passato di peggio e vado avanti, fra pochi giorni saro' ad Ali la capitale della provincia e potro' dare notizie di me a casa. Adesso devo solo fare molta attenzione a non farmi vedere dalle pattuglie dell'agenzia nazionale di sicurezza il PSB. Dalle informazioni che ho trovato su internet molti che hanno intrapreso il mio stesso viaggio sono stati beccati in questa zona ed espulsi dal paese. Lascio la strada principale e seguo da lontano i piloni del telefono, se vedo polveroni alzati da qualche mezzo in scruto l'orizzonte col binocolo che ho fregato a mio padre e se e' una jeep mia eclisso tra le dune sperando di non essere visto. Ma la fortuna e' dalla mia e arrivo nel paese di Rutog senza problemi e mi catapulto nel primo alberghetto che trovo a nascondere la bici. Un letto, dell'ottimo cibo e un telefono per chiamare casa e dire che c'e' l'ho fatta. Sono riuscito a distillare la felicita' dalla fatica fisica e mentale. All'alba non mi sembra vero, davanti a me la strda diventa nera nera, asfalto! In una lunga giornata di 150km arrivo nella capitale, domani saro' nell'ufficio del PSB a spiegargli come cavolo ho fatto ad arrivare fin qui' e mi rilasceranno il visto per continuare il mio viaggio. Diciotto giorni e 1500km di fatica, freddo e lucidi pensieri resi trasparenti dalla vita ridotta ai minimi termini, decantata dalle inutili paturnie della vita coune. Tutte le riflessioni che ho fatto la su credo che un po' migliore mi abbiano reso o almeno lo spero. Adesso devo solo recuperare i chili persi e studiare le carte verso la mia prossima meta.........a presto.